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Le Candelore memoria del dono della luce

La festa di S. Agata è un unicum anche per le 12 Candelore che partecipano il 3 febbraio alla processione della Cera. Nel passato si chiamavano bare o gilij ed erano curate da 2 consoli confrati. Anche oggi si portano a spalla, accompagnate da bande musicali, sotto il controllo del rettore o mastro. Alcuni di tali imponenti ceri votivi, rispettiva commissione. Incedono con "l’annacata" e seguono un ordine di precedenza. Ultima nata per iniziativa privata quella del Villaggio Sant’Agata. Secondo il peso e la grandezza vengono portate da 4, 8, 10, 12 uomini, inclusi caporali e capicinghia, costituenti la chiumma. Apre la piccola Mons.Ventimiglia risalente al 1776. Seguono il barocco Primo Cereo Rinoti di San Giuseppe La Rena, i giardinieri in stile gotico-veneziano, la bersagliera dei pescivendoli in rococò, la signorina dei fruttivendoli in legno zecchinato, i macellai col mazzetto di fiori freschi, i pastai in stile barocco, i pizzicagnoli in liberty, i bettolieri, la pesante “mamma” in liberty dei fornai-panettieri, il Circolo cittadino Sant’Agata voluto dal Beato Dusmet.

 

Note sulle candelore nella festa di sant’Agata

La tradizione, la forma, la denominazione, l’appartenenza di ciascuna candelora è ben nota ai catanesi. Ciò che, forse, è meno noto è la loro origine, quale sia la loro radice nella tradizione della Chiesa, come si collocano nella tradizione della festa di sant’Agata e a quale particolare evento fanno riferimento.

La tradizione delle candelore votive in onore e devozione a sant’Agata ha il suo riferimento chiaro alla festa liturgica della Candelora, che si celebra il 2 febbraio. Festa che è memoria della presentazione di Gesù al Tempio e della purificazione di Maria (Lc 2, 22-39). Dal racconto dell’evangelista Luca è possibile raccogliere almeno cinque riferimenti: l’osservanza della legge, da parte di Giuseppe e Maria; nel vecchio Simeone, l’uomo che desidera vedere Dio presente e all’opera nella storia dell’umanità; Gesù, compimento delle promesse fatte da Dio e delle attese del popolo, Lui che è additato come luce che illumina tutti i popoli; Gesù, presentato come segno di contraddizione; Anna, l’anziana profetessa, la lode di Dio e la proclamazione di Gesù non è compito  soltanto dell’uomo ma anche della donna. Al centro del racconto è collocata l’affermazione che Gesù è la luce che viene ad illuminare l’umanità. La presentazione di Gesù come luce che illumina è presente anche altrove nei vangeli, in special modo di Gv 1, 5a:  Gesù, il Verbo che si fa carne è «la luce splende nelle tenebre».

È la memoria di questo episodio che ha assunto la denominazione di festa della Candelora: in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo «luce per illuminare le genti». La denominazione di festa della Candelora sembra derivare dal racconto del viaggio in Terra Santa di Egeria (IV-V secolo). Per la festa della purificazione descrive il rito cosiddetto del Lucernare: «Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima» (24, 4). Rito che pare facesse riferimento anche ad un preesistente rito pagano, sostituito poi con un rito cristiano forse da papa Gelasio I (492-496). In un primo tempo si celebrava il 14 febbraio, 40 giorni dopo l’Epifania. Nel VI secolo, più opportunamente, dall’imperatore Giustiniano (483-565) la ricorrenza fu anticipata al 2 febbraio, data in cui si festeggia ancora oggi. Il giorno successivo, il 3 febbraio, si celebra la festa di san Biagio, giorno in cui la tradizione prevede l’imposizione delle candele, benedette il giorno prima, sulla gola dei fedeli attribuendo al gesto un potere taumaturgico.

Anche a Catania il 3 febbraio è giorno segnato dalla centralità della candela nel ciclo annuale dei festeggiamenti in onore della patrona sant’Agata. Vi è un collegamento fra questa tradizione e la memoria liturgica del giorno precedente? A cosa fanno – dovrebbero fare - riferimento le candelore devozionali in onore di sant’Agata?

Il racconto della presentazione di Gesù al tempio è centrato sulla dichiarazione della sua identità: egli è la luce che illumina ogni uomo. La candela accesa, dunque, diviene segno del lasciarsi illuminare da Gesù, segno della volontà di vivere illuminati da Lui e, quindi, di essere luce del mondo, come Gesù stesso chiede ai discepoli: «voi site la luce del mondo» (Mt 5,14). A tutti i discepoli, non solo ai membri degli istituti di vita consacrata, ai quali da diversi anni sembra ormai riservata la giornata del 2 febbraio. Dall’incontro con Gesù, luce del mondo, il cristiano è chiamato a vivere la sua vita quotidiana, i suoi giorni, a partire dal primo giorno che segue la festa liturgica della Candelora, cioè dal 3 febbraio.

L’offerta della cera, delle candele, è gesto diffuso nella tradizione cristiana, nelle diverse forme devozionali. Esse sono espressione del bisogno dell’uomo di vivere nella luce di Dio, memoria di Gesù-luce accolto nella propria esistenza, impegno ad essere luce di Cristo nel tempo e nel luogo in cui si compie la propria storia, richiesta di intercessione e di protezione perché non venga mai meno la luce di Cristo nelle vicende personali e dell’umanità, soprattutto nelle difficoltà e nella sofferenza.

In questo contesto si colloca – va ri-collocata! - la tradizione catanese delle candelore del 3 febbraio, opportunamente chiamate anche cerei. Le candele del 3 febbraio affondano la loro origine nella luce donata per vivere illuminati da Cristo-luce. La festa è anzitutto memoria del dono della luce che abbiamo ricevuto, che ci ha resi figli di Dio e illumina la nostra vita: «le tenebre non l’hanno accolta [la luce …] a quanti però l’hanno accolta ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 5b.12). Ce lo ricorda pure la candela accesa il giorno del nostro Battesimo: segno di Cristo risorto, luce che sconfigge anche le tenebre della morte e, a maggior ragione, in grado di illuminare e vincere ogni motivo di angoscia, paura, tristezza, peccato. La processione con le candele il 3 febbraio contiene pure la memoria del Battesimo e la dichiarazione pubblica della propria volontà a vivere quegli aspetti insiti nella presentazione di Gesù al tempio: l’osservanza della legge, il saper vedere Dio nella storia, riconoscere in Gesù la luce che illumina la propria quotidianità, Colui che ci libera dalle nostre contraddizioni, condividere e valorizzare la dimensione femminile della lode a Dio e della proclamazione che in Gesù è «la redenzione di Gerusalemme», la redenzione della città.

D’altronde, ci fu un tempo in cui la mattina del 2 febbraio le autorità cittadine si recavano nel palazzo vescovile e accompagnavano il vescovo in cattedrale, dove partecipavano alla messa solenne della festa della Candelora, con la benedizione delle candele e la processione. Pur se questa ricorrenza non riguardava direttamente sant’Agata, tuttavia la celebrazione riceveva particolare solennità perché in qualche modo veniva considerata preludio ai festeggiamenti in onore della patrona, per il suo riferimento alle candele benedette in quella solenne celebrazione.

Le attuali candelore della festa di sant’Agata sono sostitutive dei grossi ceri offerti dalle antiche corporazioni di arti e mestieri, come loro atto di devozione e di impetrazione di protezione alla santa martire catanese. All’offerta del cereo partecipavano i membri della corporazione e non soltanto chi, a nome di tutti, portava la cera. I portatori non venivano retribuiti per questo, perché era un onore rappresentare la propria corporazione. Nel tempo, poi, le grosse candele di cera offerte divennero sempre più grandi e decorate, fino a far scomparire la cera stessa, sostituita da una struttura lignea riccamente decorata e dorata, ornata da angeli, statue e adornata di fiori. Anche tale struttura, a cannalora, a portarla a turno e gratuitamente erano membri della corporazione che rappresentava nell’atto devozionale verso la patrona di tutti, sant’Agata.

La processione del 3 febbraio era chiamata della luminaria, perché tutta la città partecipava all’offerta della cera alla patrona in segno di omaggio e di devozione. La cera sarebbe servita per illuminare l’altare di sant’Agata. I cannalori andavano in processione con tutti gli altri rappresentanti della città, delle sue classi sociali e delle sue istituzioni. La processione fu a carattere penitenziale, di riconoscimento del prioritario e determinate ruolo di protezione e intercessione impetrato alla martire catanese per tutte le necessità della sua città e dei suoi concittadini.

Se quanto detto sopra ha una qualche validità, allora è evidente che sarebbe opportuno iniziare finalmente ad interrogarsi sull’attuale presenza della candelore nella festa di sant’Agata. Hanno indubbiamente una loro validità e costituiscono motivo per dare alla festa un particolare tocco di folklore e di popolarità. Tuttavia, ad esse va recuperata la ragione fondamentale per cui è sorta la processione delle candele e perché sono state volute nell’ambito dei festeggiamenti in onore e devozione a sant’Agata. Di conseguenza, se le candelore sono riflesso della festa del 2 febbraio, è da chiedersi che significa il giro delle candelore per le vie della città nelle settimane prima del 3 febbraio. Come pure, se esse sono espressione della devozione di arti e mestieri, dovrebbe costituire un onore per i membri di ciascuno di essi rendersi disponibile a portarle, se possibile.

Allo stesso tempo, è da riconsiderare tutta la processione del 3 febbraio, dalle presenze in essa, non sempre dettate da ragioni di devozione, all’offerta della cera da risignificare. Per cui, si potrebbe (dovrebbe) anche ripensare la validità dell’offerta della cera lungo il percorso processionale, anzitutto da parte delle massime autorità cittadine, l’arcivescovo e il sindaco, considerato che hanno già compiuto il gesto con la processione cittadina del 3 febbraio. La loro eventuale decisione in tal senso, non potrebbe rivestire una valenza pedagogica per i cittadini, invitandoli a concentrare la loro privata offerta della cera al 3 febbraio, con la conseguenza di contribuire ad accelerare il percorso processionale del fercolo nei giorni 4 e 5 febbraio? Se è vero, infine, che la presenza de cannalori nella processione del 4 e 5 febbraio ha una sua consolidata tradizione, è altrettanto vero che esse erano espressione di una devozione che accompagnava da vicino il fercolo con il busto e la cassa reliquiaria di sant’Agata, illuminandone e solennizzandone il percorso. La loro attuale presenza, così distante dal fercolo, non sarebbe opportuno riconsiderarla, per evitare che la distanza fisica rischi di equivalere da una forma di distanza “religiosa”?

Il recupero del significato originario per cui nasce la tradizione delle candelore di sant’Agata e della processione del 3 febbraio sembra assumere il valore di leva per dare un ulteriore, qualificante apporto al recupero, in atto specialmente in questi ultimi anni, della dimensione più propriamente religiosa della festa che, se considerata tra le più emblematiche che si conoscano  a livello internazionale, necessita sempre di mantenere viva la memoria della sua prioritaria e imprescindibile dimensione ecclesiale.

Gaetano Zito

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